RECENSIONE: gaLoni – Troppo bassi per i podi

Recensione di Martina Tiberti

Come la seconda tranche di un romanzo a puntate, Troppo bassi per i podi non è solo naturale prosecuzione di un discorso iniziato due anni fa con un album di debutto promettente, ma arricchimento e pittura a colori di mondi surreali, tanto sconosciuti nelle loro manifestazioni impreviste tanto vicini all’orecchio e agli occhi dell’ascoltatore. Sorretto dalla collaborazione di Emanuele Colandrea degli Eva Mon Amour, il secondo album di gaLoni, cantautore di Giulianello, torna a stupire e a commuovere con una forza nuova e con un’originalità che spesso il pop-rock italiano d’autore diluisce in un bicchiere di cliché sociali che hanno la fortuna di una stagione.

Qui le storie sono reali, brillano sotto il sole di una città decadente ma incantata, la perdita si trasforma presto nella gioia di ritrovarsi, la solitudine di un destino comune in una storia d’amore da rintracciare sopra o sotto un letto di lettere e in poesie che sono inno alla vita e ai suoi percorsi imprevisti e meravigliosi. Ed è proprio con meraviglia che s’inizia il viaggio nelle terre calde e veraci di Troppo bassi per i podi (questo titolo mi piace tanto che non ho paure stilistiche di ripetizione): Spara sui treni, incipit del disco e finestra sui prossimi trenta minuti delle nostre orecchie, è luce albeggiante su un libro aperto la mattina presto. Che siamo in viaggio o fermi poco importa, apriamo gli occhi alla ricerca di una fuga in due da una realtà quotidiana che spesso acceca. Ci si protegge sotto lenzuola umide di sudore, si scappa, si è fragili nella chiusura delle proprie abitudini ma se si è in due da un microcosmo di ortiche può germogliare una piccola storia da rispettare.

Per vederti partire è cantautorato leggero da viaggio della domenica, da playlist della mattina prima di andare a lavoro, da pensarci su prima di vedere lei che viene, da quello che volete, purché vi rimandi a un pensiero felice. Mandolini alla Beirut ci portano per mano in un abbandono scanzonato e mentre la parola “precari” ricompare in uno scenario di continua partenza, ecco che l’amore accetta le partenze come i ritorni.

Arriviamo planando leggeri sulla bellezza del primo singolo, Carta da Parati, uno dei pezzi più completi ed evocativi di tutto il lavoro. Come se avere poco significasse essere più leggeri, la musica è un crescendo acustico che ci avvolge e ci sospinge in avanti nella comprensione del movimento liberatorio di un’amara storia comune. E sul finire il respiro dei fiati ci porta lontano da qui, dove l’instabile diventa ricchezza da scovare.

Il migliore dei cecchini seduce per l’incarnato semplice del tessuto narrativo. Sentimenti passati, illuminati da striature campestri, intrecciano il presente al gomitolo di una nostalgia storica con un filato sempre sorretto dal tessuto di una ritmica leggera e di chitarre verderame. In Ballata sulla gru i violini calpestano ritmiche chitarristiche più serrate ed è subito folk di storie operaie e umane. Sotto il cantato visionario, il piede scalpita sulla terra polverosa di una danza irriverente mentre le parole giocano sull’altalena di un saliscendi visionario alla gaLoni.

Perdita e distanza tra le parentesi di due corde di nylon scrivono con inchiostro simpatico i caratteri allusivi de I navigatori. Sulla mancanza di sospensione e un legame sempre presente, sulla perdita dello stupore, la bellezza dell’incertezza e l’importanza del cercarsi. Tutto orchestrato su un sottofondo musicale minimale, per un cantautorato che denso riempie tutto lo spazio emotivo disponibile.

Clandestinità in patria e contraddizione italiana sono le immagini principali che si rifrangono come un prisma in Ho perso palla a controcampo. Destini abbandonati a se stessi come una palla lanciata in aria nel gioco più ingenuo di un bambino. Finale voce e pianoforte evocativo quasi come una ninna nanna. Continuiamo a camminare nella polvere di un sentiero assolato, rapiti dalle note della prossima canzone: Tu di’ loro che sto bene è una lettera che si legge a piedi nudi, di corsa e poi in volo, senza una destinazione precisa. L’amore si confonde con la narrazione di uno spaccato giornaliero e si ferma con il tocco leggero di un piano.

L’eco della voce si confonde con quello liberato dai tasti del pianoforte che ricama favole sulle storie reali di Primavere arabe. Storia di liberazione eccentrica a tutti i costi, liberazione femminile necessaria e pura, una resistenza che diventa commovente solo quando arriva prima della liberazione. Dopo la chiusura di cori arabeggianti ed esotici, come di rito, è la voce chiara del piano a chiudere.

Ci dispiace che sia l’ultimo pezzo e rimaniamo storditi e pensosi lasciando Nobel attraversare le nostre orecchie per poi allontanarsi nel sapore agro-dolce di speranze comuni. Troppo bassi per i podi finisce con un inno ad avanzare, che non è altro che il nostro camminare lenti, con i battiti del cuore vicini, senza voltarsi e con le dita intrecciate nei sogni.

TROPPO BASSI PER I PODI – gaLoni
(29 Records, 2014)

  1. Spara sui treni
  2. Per vederti partire
  3. Carta da parati
  4. Il migliore dei cecchini
  5. Ballata sulla gru
  6. I navigatori
  7. Ho perso palla a centrocampo
  8. Tu di’ loro che sto bene
  9. Autostrada per i cani
  10. Primavere arabe
  11. Nobel

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