LIVE REPORT: Mark Kozelek @ Circolo degli Artisti [RM] – 4/4/2014

Live report di Roberto Rossi

“In 23 anni che vado in giro per il mondo a fare concerti, questa è la prima volta che vengo a Roma e non mi era mai capitato di vedere una città con così tanti graffiti.” Così rompe il ghiaccio Mark Kozelek appena salito sul palco del Circolo degli Artisti, accompagnato solo dalla sua chitarra, con un atteggiamento tra il sarcasmo e l’irriverenza che manterrà per tutta la durata del concerto.

Sin dall’inizio infastidito, con fare burbero vieta a un fotografo di scattare, avverte uno spettatore appoggiato al palco: “o ti sposti o ti faccio spostare io.” Ma si fa subito perdonare appena inizia l’arpeggio di I can’t live without my mother’s love, brano dedicato alla madre, figura ricorrente nell’intera produzione di Kozelek. A seguire I love my Dad, che viene però interrotta a metà, quando K. si accorge che il pubblico non riesce ad afferrare l’umorismo presente nel testo: “qui avreste dovuto ridere. Non posso suonare questa canzone in Italia.”

La maggiore (forse l’unica) fonte di ispirazione di Kozelek è la mancanza di affetti, persone, luoghi del passato (l’Ohio, suo stato natale), che si risolve in una contagiosa catarsi malinconica; Mark, pescando nel proprio passato, regala a chi ascolta la “bellezza” della malinconia e accoglierla è il modo migliore per apprezzarlo.

L’artista nella composizione predilige il ritmo e la cadenza rispetto alla melodia, dando vita a un singolare “canto-parlato” che lo rende uno dei songwriter più interessanti della scena indie statunitense. La cadenza e il timbro della voce baritonale di K. hanno sul pubblico un effetto ipnotico di cui lui stesso sembra essere consapevole: “dopo il funerale a La Varne tutti si raccolsero in cerchio appena presi in mano la chitarra e caddero in trance quando iniziai a cantare e suonare,” canta in Truck driver ricordando la morte dello zio.

Il canto-parlato raggiunge una cadenza quasi rap in Richard Ramirez died today of natural causes che Kozelek esegue dal vivo aumentando sensibilmente la velocità dell’arpeggio rispetto alla versione dell’album e cantando in maniera ancora più ostinata. Tutto ciò non fa che aggiungere drammaticità al testo: uno stream of consciousness di visioni e ricordi che scorrono durante la durata del brano, associati alla notizia della morte del serial killer Richard Ramírez.

Carissa, Micheline, Dogs (stupenda versione, quasi urlata), Mark Kozelek esegue gran parte dell’album Benji, uscito a Febbraio 2014 sotto il nome di Sun Kil Moon,progetto di cui è leader.

Dall’album realizzato con i Desertshore bellissima l’esecuzione di Hey you bastards I’m still here, canzone ispirata al personaggio che Steve McQueen interpreta in Papillon, film che K. da bambino amava guardare insieme al padre. Da Perils from the sea, realizzato con Jim La Valle, la versione austera di Gustavo.

Ormai in chiusura di concerto, con un dark humor da far invidia al migliore Bill Hicks, Mark si rivolge al pubblico: “il primo di voi che dopo il concerto si avvicinerà e mi chiederà quando uscirà il mio prossimo album in vinile, lo ucciderò. Che cazzo di sfigato puoi essere per interessarti al mio vinile. Che tu possa morire investito da una macchina così me ne torno a dormire in albergo.” Non mancano tuttavia i ringraziamenti al pubblico per averlo assecondato ascoltandolo in un silenzio ipnotico per tutta la durata del live, quasi due ore.

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