RECENSIONE: Alanjemaal – (Non ho) niente da sognare

Recensione di Andrea Barbaglia

Perché occuparsi di cinque musicisti che all’alba del 2014 pubblicano un album volutamente fuori moda che pare arrivare direttamente dalla prima metà degli anni ’90? Perché loro, all’epoca, c’erano. Anzi, spinti da una passione enorme per la loro musica, hanno sudato, sgomitato e lottato per tentare di far parte di un movimento – quello dell’allora cosiddetto “nuovo rock italiano” – capace di sdoganare nel proprio sottobosco sonorità d’oltreoceano (Nirvana, Hüsker Dü, Screaming Trees) con la familiarità delle stesse band americane cui erano debitori e una peculiarità melodica tutta italiana.

Il ricordo sonico dei macheriesi Rude Pravda, 4/5 dei quali hanno dato origine proprio agli Alanjemaal, corre rapido a una dozzina di pezzi distribuiti equamente su un paio di cassette autoprodotte fra il 1995 e il 1998 per poi disperdersi nel nulla, dopo la fuoriuscita dall’organico del bassista Agostino Rubelli l’anno seguente. In realtà le principali difficoltà del nuovo corso – che vedeva sempre al timone della nuova band il vociante chitarrista Alberto Casiraghi supportato dai due abili Lucchini (Marco alla chitarra e Gianfranco alle tastiere) e da Andrea Ventura alla batteria, affiancati ora dalla new entry a quattro corde Alessandro Polito – nascono da motivi di ordine pratico prima che qualitativo: la delusione di non aver trovato un riscontro immediato all’interno del mondo discografico, nonostante l’impegno profuso e l’interesse sincero del guru Fabio Magistrali (oggi di nuovo al loro fianco), sarebbe andata di pari passo con le incombenze inderogabili che la quotidianità di una vita fatta di famiglia, figli, lavoro, non-lavoro e bollette da pagare riserva a ciascuno di noi.

Addirittura un intero album, registrato nel 2001 con in testa e nel cuore i Motorpsycho, sarebbe stato rimandato sine die per ben undici anni finché l’ennesima autoproduzione avrebbe finalmente assicurato la luce all’esordio degli Alanjemaal nella primavera del 2012. A quel punto gli ingranaggi della macchina erano già stati riattivati, oliati e rimessi in ordine; e allora perché non ripartire proprio Dalla ruggine?

Detto fatto. Il quintetto lombardo, forte di nuovi consensi e appuntamenti live, ritrova la verve dei giorni migliori, jamma e sperimenta. “Se Dalla ruggine era il disco della ripartenza dopo un periodo troppo lungo di inattività, (Non ho) niente da sognare si interroga sui nostri ultimi anni, sulla complessità del nostro presente, sull’incertezza del futuro di chi vive questo tempo,” ci tengono a far sapere gli Alanjemaal.

Mentre Il sonno della ragione continua a generare mostri ecco così spiegato come il gorgo frenetico in cui è precipitata la civiltà metropolitana odierna si rifletta presto in quello sonoro di Noia e paranoia e, dopo essersi inabissato nella pachidermica e caustica Invernomuto, riemerga dalla centrifuga di Te ne vergognerai, scalpitante anthem del nuovo corso. Non più lunghe cavalcate strumentali, ma una maggiore immediatezza, un suono più diretto e meno meditato, seppur sempre stratificato (Impassibile) e nell’insieme complesso (Il primo vento).

La forza irresistibile si scontra una volta ancora con l’oggetto inamovibile. È una sfida titanica quella messa in musica da Casiraghi e soci. Una storia, la loro, da portare ad esempio per tutti quei ragazzi che dopo due mesi di cantina già si piangono addosso. Sì insomma, una roba folle. Bentornati.

(NON HO) NIENTE DA SOGNARE – ALANJEMAAL
(Fermo/Spento, 2014)

  1. Impassibile
  2. Noia e paranoia
  3. Fulmine
  4. Il sonno della ragione
  5. NeroFumo
  6. Traslucido
  7. Te ne vergognerai
  8. Dalle macerie
  9. Il primo vento
  10. Soffocare
  11. Invernomuto

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