RECENSIONE: Alice Tambourine Lover – Star Rovers

Recensione di Fabrizio Morando

Assorto dentro una taverna di Baton Rouge, stordito marcio da innumerevoli shot di un bourbon dozzinale e seduto di fianco a una vecchia strega che, consumando il mio stesso drink, sussurra strane e incomprensibili parole tra riti voodoo e digressioni sulle fatalità di Oshum riguardo l’attrarre amore, i sette poteri e tanto altro, rivolgo lo sguardo verso un palco di legno imbastito alla bell’e meglio. Ho davanti a me – avvolti da una coltre di fumo stantio di sigaretta – Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli, armati di chitarra resofonica e tamburello e posseduti dal fantasma di Janis Joplin (forse evocato in uno dei macabri riti della strega?) che muove magistralmente le corde vocali della Albertazzi in una sorta di contro-esorcismo old fashion. Questa esperienza contemporaneamente maledetta e stupenda porta il nome di Alice Tambourine Lover, italiani ma cittadini del mondo, e dannatamente intrisi di anima urban blues e retaggi folk del delta d’oltreoceano come raramente si ascolta, soprattutto nel nostro stivale.

Mentre sposto le patate fritte per agevolarmi l’accesso a un sirloin al sangue, il duo intona le prime straripanti note di Digging this song, track di apertura della loro ultima fatica Star Rovers, dove l’influenza retrò si affaccia in un panorama decisamente più recente che va dagli sbalzi tonali di Polly Jean Harvey fino al miglior Mark Lanegan solista, creatore di quelle atmosfere noise-blues di Whiskey for the holy ghost che mai calzarono a pennello come in questa mia immaginaria performance live.

Ordino un’altra birra cercando di farmi notare dal barman che, come tutti, è fagocitato dentro questo stream sciamanico fatto di arrampicate psichedeliche e discordi, e mi lascio sorprendere dalla lenta e dolcissima Dreams slip away intrisa di falsetti e acuti che ancora chiamano in causa la spregiudicata rocker britannica. Un orecchio più attento e meno ovattato dai fumi dei distillati coglierebbe anche gli ammiccamenti rithm & blues della grande Rickie Lee Jones, che vedo entrare nel locale – pure lei visibilmente alticcia – abbracciata al suo fedele compagno di sbronze e ancora giovane Tom Waits.

Mentre mi lascio soggiogare dentro gli scenari folk desertici della visionaria Falling deep inside, vengo urtato da un ragazzo dai lunghi capelli e dallo sguardo suadente che, dopo avermi chiesto distrattamente scusa in tedesco, siede accanto ad Alice e Gianfranco e rimane in stanca attesa che il viaggio tra canyon e silhouette di cactus e rocce secolari, viste attraverso un’effusione di luce proveniente da un sole oramai quasi eclissato, termini. Dopo essersi presentato, Conny Ochs presta la sua voce – alternante tra calde sfumature e stridenti acuti – nella bellissima Gipsy mind, che divide un pubblico visibilmente esaltato dalle reminiscenze hendrixiane da un altro che invece trova una preponderante natura acid-pop del recentemente scomparso Lou Reed. Ah… quanto adoro questo mai stancante fluire tra minimalismi cosmici e vocalismi essenziali, ulteriore insegnamento di quanto sia troppo facile fare amplessi sonori sommersi da strati geologici di postproduzione – il pubblicitario “avrei voluto stupirvi con effetti speciali ma noi siamo scienza, non fantascienza” – mentre scrivere grande musica chitarra e voce richiede sempre un talento sopra ogni riga.

Mi godo il caustico e corrosivo boogie di Temptation mentre sorseggio il mio terzo wild turkey d’annata, e mi accorgo che l’essenza della musica può essere anche quella sottile vena di esaltazione dietro un’intrigante rielaborazione di un vecchio blues radicale e viscerale, e mi scopro dolcemente assente quando Gianfranco Romanelli distorce il suo wah wah sia in Between the cup and lips che nella splendida Venus, plasmando di fatto la voce di Alice e intrappolandola nella ragnatela tessuta da questi intrecci innescati dal “cry baby”.

Alle prime luci di un’ennesima torrida giornata i due abbandonano il palco, nella nebbia artificiale del locale, silenziosamente e quasi senza farsi notare. L’ultimo regalo ha portato il nome di The sweet-smelling road e la sua energia acid-blues ha accentuato questo silenzio irreale, lasciandoci spaesati e senza meta, immediatamente desiderosi di terminare quel viaggio non ancora concluso ma che nel nostro inconscio non vorrebbe mai finire. Un applauso, insistente ma fiacco per la mancanza di sonno e per i torrenti di alcol scadente ingerito, riesce comunque nell’intento: la band ritorna in scena con la gradevole presenza di Patrizia Urbani, che gli attenti avventori hanno riconosciuto nell’eccentrica voce dei bolognesi Miss Patty & The Magic Circle. Rainy rainy è l’ultimo grido altalenato in un duetto tra Alice e Patrizia e giocato su toni diversi e controversi che giocoforza conducono dal duo folk statunitense Simon & Garfunkel sino alle elucubrazioni lisergiche dei Grateful Dead.

Le luci si spengono e l’oste mi invita a uscire. Mi aiuta ad alzarmi e mi chiede se ho bisogno di un taxi. Gli rispondo che tutto ciò di cui avevo bisogno in questa notte me lo hanno regalato gli Alice Tambourine Lover. E a casa, in qualche modo, ci arriverò.

STAR ROVERS – ALICE TAMBOURINE LOVER
(Go Down Records, 2013)

  1. Digging this song
  2. Dreams slip away
  3. Falling deep inside
  4. Gipsy mind
  5. Temptation
  6. Between the cup and lips
  7. Venus
  8. The sweet-smelling road
  9. Rainy rainy

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