RECENSIONE: Bachi da Pietra – Quintale

Recensione di Claudio Delicato

Sono pazzi. Stanno male. Aiutateli.

Il quinto lavoro in studio dei Bachi da Pietra non poteva avere titolo più appropriato: Quintale è l’equivalente in musica di un buttafuori dell’Atlantico Live che nel bel mezzo di un live set dei Crookers ti spinge fuori dal locale a mattonate in faccia dopo che, al quinto Long Island, hai finalmente trovato il coraggio di avvicinare la shampista di Colle del Sole che balla con gli occhi sgranati e la faccia piantata a dieci centimetri dalla cassa con la frenesia e la spensieratezza che solo l’MDMA può regalare.

Più che un disco, un macigno. Pesante e incazzato, Quintale schiaccia l’ascoltatore dalla prima all’ultima traccia, un’opera asfissiante che riesce nel mirabile intento di unire un sound rozzo, sporco e cattivo a una perizia tecnica fuori dal comune e una cura estrema negli arrangiamenti e nel missaggio. Giovanni Succi, che abbiamo avuto modo di apprezzare con i Madrigali Magri e La Morte, è una sorta di Louis Armstrong con il tirapugni al posto della tromba, e Bruno Dorella (OvO e mitici Wolfango) pesta sulla sua batteria minimale come un personaggio uscito da un romanzo di Stephen King.

Nel complesso il disco fa paura: la copertina, le sfuriate thrash metal di Coleotteri, l’incessante ritmo prog di Enigma. Ma non mancano momenti di rara poesia e bellezza, come il lento singolone Fessura, di cui vi riporto un passaggio perché da solo descrive il brano molto meglio di come potrei fare io:

Dammi quello che merito, non quello che cerco, anche senza riconoscimento esterno, fa’ che riconosca me stesso e salvami la sete del meglio. Per quello che non colgo al primo ascolto concedimi un secondo, concedimi una svista, una seconda vista, una seconda vita, una via d’uscita.

Al di là di questa varietà di atmosfere, Quintale è interessante perché dimostra che i Bachi da Pietra hanno un codice comunicativo del tutto loro. Abbiamo di fronte un album paurosamente esatto: nessuna canzone dà l’idea di essere lì per caso, nessun pezzo è riempitivo, tutti suonano personali, specie nel modo in cui sono scritti i testi, che mi ha sorpreso da subito perché non credevo che si potesse ancora inventare qualcosa nel campo.

Ne è un esempio Brutti versi, il mio brano preferito, che parla del danno che portano al mondo le opere artistiche di basso livello. Un tema semplice, già, ma quanti ne avevano parlato (e in modo così efficace) finora? Un cantato ossessivo e violento, parole ripetute, frullate e mischiate, insomma quel cocktail di rabbia che ti stringe lo stomaco nel momento in cui contempli il mare di merda che al giorno d’oggi si getta ogni giorno nel non meglio definito calderone dell’arte.

Potrei raccontarvi una marea di cose sui precedenti lavori dei Bachi da Pietra e l’evoluzione che rappresenta Quintale, sui progetti paralleli di Succi e Dorella e l’artwork, ma c’è solo una cosa che conta: che se un disco straordinario come questo non è in cima alle classifiche italiane allora Dio non esiste.

E se esiste, sta giocando a Candy Crush Saga.

QUINTALE – BACHI DA PIETRA
(La Tempesta Dischi, 2013)

  1. Haiti
  2. Brutti versi
  3. Coleotteri
  4. Enigma
  5. Fessura
  6. Mari lontani
  7. Io lo vuole
  8. Pensieri parole opere
  9. Paolo il tarlo
  10. Sangue
  11. Dio del suolo
  12. Ma anche no
  13. Baratto @ bachidapietra.com

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Claudio Delicato è anche su ciclofrenia.it™ (Facebook/Twitter)

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